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Trieste, le fodre, il mare e i pinguini

 

di Rosalba Crosilla

 

Era il tempo della mia infanzia: la domenica mattina, che tirasse bora o che splendesse il sole era rituale la passeggiata con il nonno lungo le Rive.

Col nonno solo a piedi si andava e per “fodre”, le stradine interne e poco frequentate come le “fodere” di un cappotto. Passavano sotto il Colle di San Giusto, senza vedere i resti della Tergestum romana, né la cattedrale romanica o il Castello (costruito a tappe tra la fine del 1400 ed il 1600). Da lassù la vista sarebbe stata bellissima, con il golfo davanti agli occhi, magari una bora leggera a sferzare il viso, lo sguardo fino alle montagne fors’anche ancora innevate, con Lignano e Grado come puntolini in riva al mare; davanti solo acqua fino all’orizzonte e, dall’altra parte, la costa istriana.

Noi niente! Al buio dovevamo stare! Ché così si soffre meglio! Nelle stradine strette… bah!

 E arrivavamo in Cavana, un borgo abitato un tempo dalla nobiltà ed ora ricettacolo di gente di malaffare, di visi segnati dalla vita, dalla galera e dalle umane miserie (“Cavana” non veniva mai detto ad alta voce, ma sempre sussurrato o sparato come un insulto). Costeggiavamo il borgo, sicuri ché tanto lì accanto c’era pur sempre la curia vescovile, e già ci si apriva davanti il mare.

 Chissà perché, sin da quei tempi ed ancora oggi, quando guardo il mare (che sia pure dalla finestra di casa) tiro un sospiro come fosse di sollievo … Rassicurante via di fuga sempre pronta?

  

Tanto per allungar la strada, giravano verso sinistra, quasi a tornare indietro, e … niente mare, ancora, ma via del Lazzaretto Vecchio, quella ricordata da Saba “il vecchione”, a detta di Magris (e di molti altri ... me compresa ... )

 C'è a Trieste una via dove mi specchio,

nei lunghi giorni di chiusa tristezza;

si chiama Via del Lazzaretto Vecchio ...

 e, per giove, finalmente il mare!

 

Sbucavamo davanti alla Società Canottiera e, se avevo fortuna e se il tempo lo permetteva, il nonno mi portava a guardare i ragazzi che si allenavano, fuori, prendendo il largo; allenamento che finiva sempre con gli equipaggi che si rovesciano in mare per il bagno finale e con l’applauso del pubblico domenicale.

 Alla fine ci dirigevamo verso Santa Maria del Guato (il ghiozzo piccolo e pieno di lische, ma tanto buono per il brodetto con la polenta!), nome dissacrante per il mercato del pesce (perché tale era). Un enorme edificio per me, ma cavolo se non somigliava ad una chiesa, con quella torre come un campanile con tanto di campana in cima! E finalmente l’acquario cittadino. Non entravamo … l’appuntamento era fuori, per me come per tanti bambini. L’appuntamento era con Marco … un pinguino.

La sua storia, a quel tempo, non la sapevo ancora e quindi anche voi dovrete aspettare per conoscerla.

 

Tutti i giorni, domeniche comprese, si faceva la sua bella passeggiata lungo le rive, in compagnia del suo custode preferito (custode dell’acquario, a dire il vero): Marco davanti, libero e solenne … spocchioso oserei dire; il custode dietro come un maggiordomo. I bambini lo accoglievano con strilli e richiami, i grandi lo guardavano sempre incuriositi e stupiti, qualche turista (pochi, molto pochi) faceva le foto e se Marco se ne accorgeva si fermava e (giuro!) si metteva in posa. Se era di buonumore si lasciava accarezzare da quelle manine timorose e irruenti al tempo stesso, che scivolavano giù per le sue piume lisce e nere. Se le carezze valute non arrivavano, aveva un modo tutto suo per rubarle: fingeva di zoppicare … Oh! Ne era capace, vi assicuro! Che disgraziato! Si dice che tutto fosse nato da un incidente: senza volerlo un guardiano, un giorno, gli pestò una zampa e, immediatamente, lo prese in braccio per consolarlo e chiedergli scusa. Piede – zoppia – coccole: semplice e sicuro, il metodo!

Se decideva poi che di carezze ne aveva ricevute a sufficienza, due beccate alla rinfusa e le mani di colpo sparivano, con l’accompagnamento di qualche brevissimo pianto se la beccata andava a segno, ma non era mai eccessiva. La beccata, serviva solo a dire “Ora basta che c’ho da fare!”. Io pure ne presi una , sotto gli occhi attenti del nonno, che non bastarono ad evitarmela, e il risolino sotto i baffi del guardiano. Ma l’amore per Marco non cessò: come un’amante tradita mi portai per anni nel cuore quell’affronto, senza versare una lacrima o lasciarmi sfuggire un “AHIA, porcazzozza!”… eh ... le donne di carattere si vedono fin dall’infanzia …

 Marco, come un ammiraglio che passa in rassegna le sue truppe, s’incamminava di solito lungo il Molo Audace, un percorso non estremamente facile per le sue gambe corte, e, su quei blocchi dissestati dalle mareggiate, aveva una meta precisa: andava a farsi il bagno. Si buttava giù dal molo e se ne stava a dondolarsi sul pelo dell’acqua o faceva acrobazie incredibili, godendosi sia il suo elemento naturale, sia le facce degli spettatori che come ebeti lo stavano a guardare.

 Risalire sul molo era per lui impossibile: gli scalini alti non corrispondevano alla misura dei suoi arti inferiori e doveva quindi andarci il guardiano a recuperarlo. Poi via di nuovo, lungo la piccola folla, verso la piazza Unità, aperta sul mare, a sfilare più snob degli snob che erano seduti a prendere il sole ai tavolini dello storico Caffè degli Specchi: altre coccole, altre foto, altre facce ebeti.

Ma come poteva essere diversamente con un pinguino che ti cammina per strada?

 

(fine prima parte)

 

  

 

“Ho respirato l'aria fresca di mare, in una domenica mattina di inizio Giugno, a Trieste. Ho ascoltato le voce squillanti dei bambini, eccitati nel veder passeggiare il pinguino sul molo. Ho visto le loro incerte mani, tese per porgere un'affettuosa carezza.

Ho letto gli occhi lucenti di chi ripercorre antichi sentimenti, mai sbiaditi. Ho raccolto una lacrima, teneramente caduta.

I sentiti ricordi affascinano e coinvolgono, anche se non sono i nostri. E'  il sognare, è l'Amore.” (r.m.f.)

 

 

 

  

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