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I racconti brevi |
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da "Caffè amaro"
L’oratorio
Il canto monotono delle cicale scandisce il lento scorrere dell’afoso pomeriggio. Lo scirocco, col suo carico d'umidità, rende più appiccicose perfino le foglie del fico nell’orto. Il sole, alto nel cielo, non concede tregua. Nella stretta ombra fra la canonica e l’oratorio, Mariuccia e Paolo giocano, incuranti del caldo. I due bambini si rinviano la palla con le mani, cadenzando i loro movimenti al ritmo di una filastrocca, appena sussurrata. Ogni tanto s'avverte il sordo tonfo di un rimbalzo, allorché il tiro è impreciso. Il sacrestano esce da una porta laterale della chiesa ed agita, minacciosamente, una scopa. Con voce stridula, urla: - Basta, ed ancora basta! Questa è la casa del Signore e nella casa del Signore non si gioca. La palla, ... datemi la palla. I due bambini arrestano il gioco. Mariuccia s'avvicina di corsa al sacrestano, fa una breve riverenza e gli porge la palla. - Ora questa la tengo io. Se la rivolete, deve venire a riprenderla vostra madre. - Così dicendo, strappa la palla dalle mani della bambina e, fatto un secco movimento, ritorna sui suoi passi. Il litigioso sacrestano, raggiunto l’uscio della chiesa, si guarda intorno e, poi, chiude il portoncino, sbattendolo violentemente. Sì, il litigioso sacrestano, che protesta sempre, anche quando le monete fanno rumore, cadendo nel sacchetto delle offerte. Il vecchio priore, con indosso una camicia a larghe righe, annuisce compiaciuto da dietro una persiana socchiusa della canonica, scuotendo le grasse guance rossastre. Il sole indugia sulla facciata dell’oratorio ed accarezza, malinconicamente coi suoi raggi, la scritta, ormai sbiadita: “Sinite parvulos venire ad me.” (*) (Marco, X, 14).
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