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 I racconti di Rocco Franco

  

 

 

 

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  da "Racconti di mare"

  

Il dono del mare

(seguito)

 

  Egli era rimasto solo. La moglie era morta da tempo e gli unici due figli vivevano entrambi in Australia. Il vecchio pescatore dei suoi “ragazzi” diceva: - La hanno presa veramente larga. Loro hanno un clima che non è adatto alla mia salute; laggiù cadono tutti i denti ...

Intercalava un lungo mugugno e poi: - Abitano lontano dal mare, all’interno. Stanno lontano fra loro e lontani da tutti. Spero, almeno, che non stiano lontani da sé stessi.

La vita di Bruno scorreva ritmata dalle stagioni. Coglieva dal mare il necessario per vivere, senza approfittare. Estate o inverno, col tempo buono, metteva in mare “Santa Caterina”, la sua barca, e via a gettare la rete, a stendere la lenza o a tirare su la nassa. Remava ritto in piedi, guardando a prua. Durante la passata delle aguglie, andava a pesca con la lampara. Era questo il solo periodo in cui accettava d'essere aiutato.

Al suo rientro a riva, c’era sempre qualcuno ad attenderlo per comprare il pesce che lui pescava. Vendeva senza pesare la merce, ad occhio; la gente di lui si fidava ed accettava il prezzo richiesto. Suggeriva qualche ricetta di cucina e concludeva le vendite augurando ogni volta “buon appetito”.

Nei giorni di burrasca stava seduto su una cesta capovolta, accanto alla sua barca, e guardava il mare. Spingeva lo sguardo oltre la spuma delle creste e, poi, seguiva con la testa il movimento dell’onde, finché non si perdevano nella sabbia. Restava fermo là per ore ed ore, giorno e notte. S'allontanava, soltanto, quando era certo che il mare non sarebbe andato oltre la prima falanga lasciata sulla rena.

Temeva che il mare lo potesse tradire, che si stancasse dell’amore che Bruno gli riservava. Un amore antico e continuo, che egli aveva ereditato dai padri.

 

Famiglia di umili pescatori, la sua, che da sempre aveva lavorato per conto di altri. Il nonno di Bruno e, come lui, il padre usavano barca ed attrezzi che erano proprietà di notabili del posto. I padroni, in cambio, pretendevano buona parte del ricavato della pesca e, inoltre, potevano richiedere, in ogni momento, l’uso in proprio della barca e delle reti.

Bruno da giovane aveva seguito la sorte del padre ed era andato a lavorare, assieme a lui, per lo stesso proprietario. Aveva condiviso col genitore più sofferenze che gioie. Riviveva il suo passato con nitide immagini, senza lagnarsi. Bruno ricordava bene la violenta burrasca che aveva distrutto quasi tutta la piccola flotta. Aveva ancora presente il dramma di ritrovarsi senza lavoro e con nulla da mangiare, poiché i proprietari avevano rinunciato a comprare le barche nuove. Conosceva l’amaro sconforto di muoversi a piedi nudi sugli scogli e, con una lenza rabberciata, tentare una quasi impossibile pesca.

Furono momenti duri e tristi. Molti pescatori, nelle stesse sue condizioni, avevano abbandonato il luogo ed il mestiere. Bruno e il padre vollero perseverare. Rotti dalla fatica, battevano la spiaggia con un improvvisato giacchio, su e giù senza demordere, sempre grati per quel poco o quel tanto che ritrovavano nella piccola rete.

Barche ve ne erano poche, ma ancora più pochi erano i pescatori rimasti. Così, padre o figlio, trovavano di tanto in tanto un turno di pesca da fare e racimolavano qualche altro soldo.

 

Il mare aveva tuonato tutta la notte e solo alle prime luci dell’alba s'era calmato. Bruno e il padre si recarono verso gli scogli, intenzionati a pescare. La sabbia era umida per i violenti schizzi della passata burrasca e le alghe, strappate dai fondali, orlavano la battigia. L’aria era calda; il cielo tinto di viola annunciava un giorno sereno.

Bruno, per primo, notò nella rada la barca semi sommersa che faceva d'appoggio ad un nugolo di gabbiani sguazzanti. Precedette il padre in mare e, a nuoto, spinse il natante verso riva. I due uomini furono presi da una grande eccitazione; muovevano le braccia con energia e, tenendo le mani a cucchiaio, cercavano di gettare fuori della barca più acqua possibile.

Quando riuscirono a portare il gozzo completamente all’asciutto, erano proprio sfiniti. Nello scafo non c’erano falle ed il legno appariva in buone condizioni. Bruno notò che la barca non aveva nome, né segni identificativi. La vernice era di colori particolari; tinte non usate in quelle zone. Egli, con cautela, liberò l’unico remo, rimasto incastrato in un sostegno del primo banco; assicuratosi della sua consistenza, intrecciò con della corda uno stroppo, che adattò all’impugnatura.

Il padre rastremò col coltello un ramo secco che aveva raccattato; ne ricavò due zipoli con i quali, aiutandosi con un sasso, turò i fori di fondo della barca.

Rimisero il gozzo in mare, legando i capi di una lunga cima agli scalmi. Il padre sedette a poppa facendo timone col remo che avevano. Bruno si passò la cima su una spalla e cominciò a trainare, camminando con fatica lungo la battigia.

Chiamarono la barca “Santa Caterina”, col nome festeggiato il giorno del ritrovamento.

Padre e figlio erano convinti che il mare avesse voluto far loro un gran dono, inaspettato; che li avesse premiati per il profondo amore che gli riservavano. Con la gratitudine, crebbe in loro il rispetto a lui dovuto.

 

Bruno fu trovato morto una fredda mattina d’inverno; era disteso sulla sabbia, accanto alla sua barca. Le sue mani stringevano la chiglia, a prua. Per due giorni, il mare in burrasca aveva flagellato la costa.

  

(inizio)



     

  

  

 

 

 

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