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I racconti di Rocco Franco |
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da "La vecchia panca"
Centesimo anniversario (seguito) “
Il Barone ascoltava con attenzione il suo ospite. Quando l’altro ebbe finito, egli fece avvertire il fattore, affinché fossero aperte le finestre per dare aria all’armeria. Egli intrattenne il Sovrintendente nel salotto, informandosi sulle iniziative del Museo; quindi, trascorso un po' di tempo, s'alzò e, rivolto al suo interlocutore, disse: - Vogliate seguirmi. Il vecchio Gigi li attendeva in fondo al lungo corridoio, sulle cui pareti erano conservati i ritratti dei Camponovo. Il Barone avanzava lentamente, lasciando che il suo accompagnatore curiosasse fra quadri, arazzi e mobili. Due vasti saloni erano destinati all’armeria. Una doppia fila di vetrine era posta al centro dei locali. Ogni pezzo era catalogato e descritto su cartoncini, compilati a mano con elegante grafia. Il Sovrintendente guardava, leggeva e prendeva nota su un blocco per appunti. Lo interessavano, particolarmente, le armi di fabbricazione spagnola ed inglese.
Si poteva osservare, da un lato del salone, la bassa vigna, che, partendo dal muro di cinta della casa, arrivava fino al vallone degli Adorni. Oltre, si vedeva lo Stretto, con le coste della Sicilia, che facevano da sfondo. Le finestre opposte davano verso i monti di Milea, ricchi di castagni e di spaziosi pascoli. Una fine aria portava dalla campagna i suoni ed i profumi della primavera.
Antonio Saverio di Camponovo, allontanatosi dal suo ospite, si soffermò sotto il grande dipinto, che troneggiava sul caminetto di marmo intarsiato. Una targhetta di ottone, sulla cornice, portava inciso lo stesso suo nome. Questi alzò gli occhi verso il ritratto del nonno e rilesse, mentalmente, la scritta che appariva su un angolo basso del quadro: “I Piemontesi stiano nel Piemonte”. L’anziano nobile, tante volte, aveva sentito ripetere quella frase, in casa. Suo nonno e suo padre non perdevano occasione di lanciare anatemi contro i Piemontesi, assunti a sinonimo dei Savoia. Un antico odio albergava in famiglia contro quella monarchia, che era giudicata colonialista e trafficante. Il crescere dei mali delle terre del Sud, veniva imputato ad essa, alla sua ascesa al trono. Le false promesse di libertà, le menzogne su un futuro migliore, il consenso alla ribellione dei contadini per poi reprimerla, la presenza di un governo padrone ed assolutista - imposto con le armi -, gli abusi sulle popolazioni locali, erano temi sempre trattati con accentuata acredine. Ogni argomento conduceva, inevitabilmente, alle gravi e inconfutabili responsabilità della Reale Famiglia di Torino. Veniva spesso citato, ad esempio, il comportamento degli ufficiali d’anagrafe, mandati dal Piemonte. Costoro, in alcuni casi, avevano imposto senza ritegno, a delle creature innocenti, cognomi offensivi come: Porco, Troia, Figarotta ed altri ancora. Fra le enormi scelleratezze perpetrate dai Savoia, rientrava anche la storia della “povera Alma”. Costei prestava la propria opera in paese, seguitando l’antico mestiere della madre. Ella soddisfaceva le voglie amorose dei maschi locali nella riservatezza della propria casa, senza dare mai scandalo. Era considerata, da molti, una presenza utile alla pari del farmacista e del prete. Dopo l’arrivo dei Carabinieri, lei fu schedata e trasferita, togliendole la libertà e rinchiudendola in qualche bordello. Una così grande avversione a gli eventi risorgimentali non era solo espressa a parole, ma era suffragata dai fatti. Le prime informazioni, giunte dalla Sicilia, sullo sbarco di Garibaldi avevano generato molte preoccupazioni anche in chi non era filoborbonico. Gli incontri, fra le famiglie locali più autorevoli, per commentare le informazioni pervenute e per concordare linee di comportamento univoco, erano, sempre, lunghissimi e talvolta burrascosi. I Camponovo erano, fra gli oppositori dei Sabaudi e dei loro alleati, quelli più risoluti. Molti furono gli appartenenti al casato, che presero le armi contro l’esercito piemontese. Offuscati dal rancore, non concedevano motivazioni neanche alle Camicie Rosse. A cavallo della scaramuccia di Gambarie, ove Garibaldi fu leggermente ferito dalle regie truppe di Cialdini, qualcuno dei giovani della famiglia percorreva quei monti, esortando la gente del luogo a non collaborare coi Piemontesi. I Camponovo, per questa loro presenza in Aspromonte, furono bollati come briganti. Loro non avevano mai tollerato una tale taccia, considerandola una ingiusta infamia. Accusavano l’Eroe dei due Mondi di essersi avvalso dei “picciotti” siciliani, a seguito di accordi con la peggiore mafia; quei giovanotti non corsero spontaneamente, ma furono mandati a forza. Raccontavano che Garibaldi, prima di sbarcare sulla costa calabra, aveva fatto sparare una salva di cannoni contro i fuochi di alcuni indifesi pastori, che sostavano per la notte. Poiché il Generale sapeva della presenza dei mandriani, meritava tutto il disprezzo possibile, anche se fortunatamente non c’erano stati né morti, né feriti. Asserivano, anche, che il Nizzardo aveva sempre tenuto rapporti segreti con i Reali Piemontesi, favorendoli nei loro cattivi giochi.
Le conseguenze alle scelte di famiglia furono per i Componovo pesantissime e durature nel tempo. Loro erano sottoposti, immancabilmente, al controllo dei Carabinieri ad ogni minimo sospetto di attività antimonarchica. Il Barone ricordava bene quella volta che il Ceppo commemorativo d’Aspromonte fu imbrattato con un miscuglio di vernici oleose. Tutti i suoi familiari, uomini e donne, subirono un lungo interrogatorio perché maggiori indiziati. Rivedeva la scena di sua zia Romana, quasi novantenne, in un lungo vestito nero, avviarsi in calesse verso la Caserma. Furono risparmiati solo i ragazzi di età inferiore ai dieci anni. Le frequenti visite delle forze dell’ordine ai Camponovo cessarono con l’avvento della Repubblica, ma l’odio di costoro per i Sabaudi non si attenuò; seguitò ad alimentarsi coi ricordi e con le narrazioni.
Il Sovrintendente, finito l’esame dei pezzi e completata la lista, la porse al Barone per un suo parere. Questi si aggiustò il monocolo e lesse attentamente lo scritto. Dopo un breve silenzio, con tono di compiacimento, disse: - Mi sento onorato del contributo che mi si chiede. Le armi che avete scelto sono a vostra completa disposizione. Sono certo che le tratterete con la stessa mia cura. Egli fece una pausa, poi, seguitò a parlare: - Non conosco le vostre procedure. Penso che dobbiate, in qualche modo, formalizzare la vostra richiesta. Il prestito consideratelo gratuito. La durata la stabilirete voi. Il Barone si interruppe ancora. Il Sovrintendente approfittò per ringraziare il suo ospite, elogiandone la disponibilità e la cortesia. Egli si fece garante per la buona conservazione delle armi ed assicurò che ciascun pezzo sarebbe stato accompagnato da un’opportuna didascalia. Don Antonio Saverio infilò nel taschino della giacca il suo monocolo, che ciondolava da un cordoncino passato nell’occhiello del bavero. Si schiarì la voce e, guardando fisso negli occhi il Sovrintendente, disse: - A conclusione del raggiunto accordo, c’è una sola, piccola condizione che devo porre. Una condizione, che per me è più di un obbligo, da cui non posso esimermi. Ho notato, nella lista che avete predisposto, alcuni esemplari che hanno una loro storia particolare; sono otto fucili e quattro pistole. Oltre alla vostra targhetta informativa, per questi pezzi non dovrà mancare l’indicazione “Arma impiegata contro i Piemontesi”.
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