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 I racconti di Rocco Franco

  

  

"Tu nihil invita dices faciesve Minerva." (Orazio)

("Nulla dirai o farai a dispetto di Minerva.")

 

  

 

 

 

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  da "La vecchia panca"

  

Centesimo anniversario

(incipit)

Gli eventi della storia

raramente si esauriscono

nella data di accadimento.”

 

 Il Sovrintendente al Museo lasciò la borsa sulla poltrona e si alzò, avvicinandosi alla consolle sotto l’arazzo della Gerusalemme Liberata. Era stato attratto dal prezioso orologio, che vi stava sopra. La cassa era in ebano del tipo ad altare, con ai lati due colonne di marmo bianco, ciascuna delle quali sosteneva delle bandiere scolpite. Il quadrante, dipinto, raffigurava il Tempo che sveste le Ore. Egli era rimasto affascinato dal complesso suono del carillon; il motivo gli era noto, ma non riusciva ad identificare né l’autore, né il titolo.

Gli venne in aiuto il padrone di casa, che, sopraggiungendo alle sue spalle, disse: - Sono le Variazioni sulla Carmagnola di Paganini. Una buona trasposizione; sono poche battute, ma piene di effetto. Tre frasi musicali: una per l’ora, una per la mezz’ora ed una per il quarto. C’è una chiavetta supplementare, che consente anche la ripetizione del segnale dell’ora per tutta la durata della carica.

Il Sovrintendente si volse e, con un sorriso accompagnato da una leggera flessione del capo, salutò l’ospite.

Antonio Saverio di Camponovo rispose con fare cordiale e, dopo aver fatto prendere posto all’ospite, si accomodò nella poltrona di fronte a quella dove era posata la borsa.

 

Egli era l’erede di una nobile ed antica famiglia con molti intrecci parentali. Appariva più alto di quanto fosse. Ciò era dovuto al suo fisico snello ed eretto. Aveva i folti capelli ricciuti ed i baffetti corvini; stante la sua non giovane età, si poteva malignare che egli ricorresse alle tinture. Gli occhi avevano il colore delle felci e il suo sguardo era profondo ed intenso. Indossava un vestito di fustagno marrone, tipico della gente di Aspromonte. Una pesante catena d’oro gli attraversava il panciotto e finiva nel taschino alto di sinistra. I suoi gesti erano calmi e molto misurati. Parlava scandendo bene le parole e molte pause riempivano i suoi discorsi.

 

Il Barone di Camponovo estrasse l’orologio dal taschino, tirandolo per la catena d’oro. Guardò l’ora e la confrontò con quella dell’altro orologio sulla consolle. Egli si scusò per il leggero ritardo con cui si era presentato, dovuto ad un imprevisto su una delle botti in cantina.

Don Antonio Saverio curava personalmente quello che era rimasto dei beni di famiglia. Gigi, il vecchio fattore, lo aiutava nella conduzione della vigna e dell’agrumeto. Questi, più anziano del barone, era ospitato in casa, assieme alla moglie, come un amato parente.

Il Sovrintendente prese a parlare, ripetendo quanto fosse grande il suo interesse per la collezione di armi, appartenente ai Camponovo. Spiegò che era suo intendimento, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, allestire una mostra rievocativa. Riteneva che i pezzi, contenuti nell’armeria di don Antonio Saverio, avrebbero potuto dare, con la loro unicità, un notevole contributo storico e culturale all’iniziativa. Pertanto, egli era venuto, quale responsabile dell’organizzazione, per chiedere in prestito gli esemplari più significativi di fucili, di pistole e di qualche arma bianca.

 

(seguito)

  

 

 Premio “Giuseppe Federici” per la narrativa – Rimini


 

  

 

 

 

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