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 I racconti di Rocco Franco

  

 

 

 

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  da "La vecchia panca"

  

 Il muro di casa

(seguito)

   

Sandro tirò la fune della campanella, più volte. Gli faceva piacere sentire l’antico suono. Nell’attesa che qualcuno aprisse il cancello, seguitò a scampanellare.

Suo zio Antonio, con manifesta gioia, gli venne incontro. L'abbracciò con forza, ripetendo: - Ho capito subito che c'eri tu. La campanella; il modo di suonare la campanella.

Poi chiamò la moglie ed i figli e tutt’insieme si diressero verso la casa. La differenza d'età fra lo zio ed il nipote era minima. Erano stati compagni di giochi e di marachelle.

Sandro non riusciva a rispondere a tutte le domande che, contemporaneamente, gli altri gli rivolgevano. Vi era molto interesse ad interrogare ed a sapere.

Fu lui a chiedere del nonno allo zio. Gli rispose la zia: - Caro nipote, tuo nonno non sta più nella sua testa. Tutto quello che fa è strano. Sono strani i suoi discorsi. Non sappiamo proprio che cosa fare per lui.

- I medici che cosa dicono?

- C’è stato anche tuo fratello a visitarlo. Grossi mali non ne ha. La sua è una brutta vecchiaia. Molto brutta.

Intervenne suo zio Antonio: - Fagli una sorpresa. Come sempre, il nonno è nell’orto. Vallo a prendere, la strada la sai. Noi vi aspettiamo qui.

Sandro attraversò la loggia e s'incamminò verso il retro della casa. Gli vennero in mente i primi due versi di una poesia, scritta dal padre: “A Campo, dietro la casa c’è un orto, / ove si trova un fico assai contorto.”.

Il fico era sempre là e c’erano ancora il melograno ed il nespolo. Egli vide il nonno in fondo all’orto, fermo a guardare oltre il basso muro di cinta, verso il vallone. Lento ondeggiava il capo, quasi a cercare gli effetti della brezza. Il vecchio aveva in testa l’abituale cappello di panama chiara e s'appoggiava al solito bastone. Sandro incominciò a chiamarlo, fino a quando non vide che suo nonno si girava verso di lui.

Il loro incontro fu dolcissimo: tanta affettuosità e tanta tenerezza. Sandro, con voce velata, chiese: - Nonno, come stai?

Il vecchio attese per rispondere. Scosse leggermente il capo, socchiuse i vispi occhi neri e, aggrinzando la fossetta del mento, disse:

- Che cosa ti hanno raccontato? Ti hanno narrato della mia pazzia?

- Mi hanno detto poche cose soltanto.

- Loro sono convinti che io sia pazzo. I pazzi sono loro. Non credono neanche alle visite dei medici. Secondo loro, io riuscirei a fingere con tutti quei professoroni.

- Perché saresti pazzo?

- Un uomo come me, che ha girato il mondo e che non è mai stato fermo, sono riusciti a segregarlo. Mi hanno messo alle catene.

- Perché? Tu saresti prigioniero?

Il vecchio prese una mano del nipote e se la portò al petto. Si tolse il cappello e proferì: - Tuo nonno non è pazzo. Te lo posso giurare. Io sono tenuto prigioniero. Mi vogliono far morire d'inedia.

Egli s'avvicinò al muretto e si mise a sedere. Fece cenno a Sandro, di prendere posto accanto a lui e si schiarì la voce:

- Ora, ti racconto come stanno le cose.

- Ed io t'ascolto volentieri. - intervenne il nipote.

- Non c’è bisogno che io ti ricordi quanti anni ho. Ne ho tanti, veramente tanti. Sono molto vecchio e non posso fare tutto, come io vorrei.

- Tutto no, ma qualcosa potrai ben fare. Anzi dovresti farla.

- Appunto. Ma non mi consentono di fare nulla. Ora, il figlio del massaro coltiva persino il pezzetto d’orto, che mi ero riservato. Figurati che cosa può capire un pecoraio di zucchine e di melanzane. Io posso soltanto stare a vedere. Tu conosci bene la mia passione a seminare le piantine e a curarne la crescita. Ma no! Questo mi è vietato, perché sarebbe una grossa fatica. Io devo stare fermo a guardare. Ed io non voglio stare fermo. Allora, mi sono inventato il lavoro.

Il vecchio, stendendo il braccio verso il recinto dei polli: - Vedi quel mucchio di sassi vicino al pollaio?

- Sì, lo vedo. - rispose Sandro.

- Quello è il mio lavoro di tutti i giorni, esclusa la domenica. Ho preso a fare il gioco dei quattro cantoni. Io prelevo i sassi da un posto e li porto, uno per volta, in un altro angolo. Quando ho finito un trasloco, io ricomincio e cambio di nuovo posto ai sassi. Li sistemo a piramide o a cubo. Sono questi i motivi per cui i tuoi zii affermano che il mio cervello si è esaurito. Loro non sanno che, facendo così, io compio un salutare esercizio fisico. Prima che tu arrivassi ho trasportato l’ultimo sasso che stava lì.

Mentre parlava, gli indicava il lato dell’orto vicino al pozzo.

Il vecchio nonno riprese le mani di Sandro fra le sue, e stringendole forte, disse: - Ora basta parlare di me. Come vedi io sto bene. Raccontami un po' di Firenze. Il caffè Giubbe Rosse c’è sempre? Di fronte, c’è ancora il Caffè Concerto?

Una gran tristezza s'impossessò di Sandro. Egli sentiva, tutto insieme, il peso degli anni vissuti lontano dalla sua terra. Riavvertiva il vuoto di quegli affetti familiari, che aveva perduto col suo trasferimento in una città così distante dalla sua. S'anticipava in lui la nostalgia delle cose care, che avrebbe abbandonato di nuovo, fra qualche giorno.

L’ultimo sole, attraversando gli alberi dell’orto, proiettava disegni animati sul muro della casa. Sandro sorrise e, rispolverando un vecchio gioco che da bambino faceva spesso col nonno, disse: - Io vedo un angelo che vola. Tu, nonno, che cosa vedi sul muro?

 

(inizio)



     

  

  

 

 

 

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